C’è in progetto un nuovo angolo in classe

In sede progettuale, sulla scia degli interessi dello scorso anno, l’insegnante di una delle tre classi della scuola dell’infanzia ha ipotizzato un angolo in cui dar modo ai bambini e alle bambine di occuparsi da sé della creazione di impasti per sperimentare giochi di manipolazione.

Prima di introdurre il cambiamento (che presuppone una lieve rimodulazione spaziale della classe) sono stati coinvolti i bambini e le bambine: l’iniziale priorità era valutare che l’interesse fosse ancora vivo, nonostante fosse trascorso qualche mese.

Su un tavolo sono stati disposti alcuni strumenti di lavoro. Il numero di bambini e di bambine interessati è stato maggiore rispetto alle previsioni, così si è resa necessaria una negoziazione e ci si è aperti alla possibilità di impastare a coppia.

Esiti differenti, dovuti alle dosi utilizzate, ha generato interrogativi interessanti nel tentativo di individuare possibili spiegazioni: “il mio appiccica”, “si incolla sulle mani” … Ipotesi di spiegazione hanno implicato delle aggiunte di ingredienti: a volte le aspettative sono state disattese, altre hanno soddisfatto le aspettative.

L’osservazione del/della compagno/a vicini coinvolti e concentrati nel loro impasto ha implicato un’osservazione scrupolosa sulle sue scelte, quasi per carpire suggerimenti ed indicazioni. Ciò che si è colto è il particolare interesse nella sequenzialità del processo ed il clima particolarmente dimesso.

Vissuta l’esperienza si è proposta la possibilità di creare uno spazio apposito per dar modo che questi ed altri ingredienti possano essere accessibili in classe e lasciati a disposizione. A questo punto ci si è attivati per individuare una collocazione possibile e ci si è posti nuovamente in una dimensione di ricerca.

Un utilizzo inaspettato

Le educatrici, partendo dalle osservazioni dei bambini e delle bambine, progettano accuratamente gli spazi e riflettono rispetto al materiale e alle proposte da offrire nelle stanze.

Rispetto ad essi si creano delle aspettative ed in sede collegiale si stabiliscono delle indicazioni generali, delle possibili buone pratiche legate alla gestione e al possibile utilizzo del materiale.

Si viene cosi’ a formare un immaginario condiviso, pronto ad essere rimodulato nel momento in cui i bambini e le bambine entrano in relazione con le proposte e ne restituiscono altre possibili modalita’ di utilizzo.

I pompon sono stati introdotti in stanza all’interno di un contenitore insieme ad un barattolo per dar modo ai bambini e alle bambine di sperimentare il gioco del dentro e fuori.

I pompon fuoriescono dal contenitori e vengono sparpagliati a terra …

Una proposta individuale diviene così un’occasione di gioco condiviso. Ora sono i bambini e le bambine a dettare lo scenario di un altro gioco possibile …

L’educatrice osserva e documenta il piacevole ed inaspettato gioco che genera un clima di collaborazione e di benessere. Ciascuno dei partecipanti mette a disposizione dell’altro le proprie competenze: chi lancia, chi si diverte nel recuperare il pompon, chi si presta a restituirlo, chi accompagna la presa con vocalizzi che generano pattern sonori.

A posteriori ci ritroviamo a riflettere rispetto alla capacità di autocontrollo (rallentare e trattenersi dal fare) che da adulti dovremmo automatizzare quando ci troviamo a condividere un contesto educativo con i bambini e le bambine.

Cosa sarebbe accaduto se, rovesciati i pompon, ci fossimo preoccupate di chiedere nell’immediato di riporli nel contenitore poiché era quello l’utilizzo principale che avevamo ipotizzato?

Una nuova identità di classe

  

Durante queste prime settimane le maestre della scuola dell’infanzia si ritrovano a vivere le prime giornate in classe dove co-costruire insieme ai bambini e alle bambine una nuova identità di classe.

Per alcuni/e si comincia a maturare la consapevolezza di giocarsi un ruolo differente rispetto all’anno passato.

Termini quali: “grandi”, “mezzani” e “piccoli” assumono significati arbitrari: un bambino chiamato “piccolo” alla scuola dell’infanzia, in un contesto come lo zero sei, si sente “grande” rispetto agli amici del nido, così come un “grande”  riflette sul fatto che in alcuni contesti viene considerato dagli adulti ancora un bambino “piccolo”, difendendo quei benevoli privilegi che l’età dell’infanzia a volte garantisce.
Insomma meglio chiamarsi per nome e rimandare a ciascuno la libertà di potersi calare in una, piuttosto che nell’altra categoria, o in entrambe, in base alle circostanze.

Giorno dopo giorno si gusta la piacevolezza di ritrovarsi e di iniziare a conoscere i/le nuovi/e arrivati/e attraverso la dimensione del gioco.

Il gioco che assume una moltitudine di sfaccettature, modalità prediletta con cui i bambini e le bambine scoprono il mondo circostante.
Chi l’avrebbe mai detto che un semplice bastone potesse fungere da mediatore efficace nella relazione? Che dire del fascino di una scoperta condivisa? La meraviglia non ha età, così come il piacere di indagare insieme ciò che genera stupore.

C’ è da vivere anche il piacere di essere aiutati o di mostrare un’abilità a chi si valuta essere titubante. Dietro alla scelta di chiedere: “ti aiuto?” c’e’ un riconoscimento delle proprie competenze ed il desiderio di metterle a disposizione degli altri.

Si creano inoltre situazioni in cui ci si ritrova semplicemente a condividere uno spazio, piuttosto che un gioco ritenuto interessante. Uno sguardo o prolungati silenzi ci raccontano comunque di una relazione. Scegliere di assumere un ruolo attivo e dinamico piuttosto che soffermarsi ad osservare fa parte delle specificità di ciascuno. Tale prerogativa va colta nel qui ed ora, perché con il trascorrere del tempo avrà modo di intrecciarsi con altre modalità di stare nella relazione.